La primavera

La primavera
... sdegno il verso che suona e non crea (Foscolo, "Le Grazie")

mercoledì 27 marzo 2024

Franco Arminio - Punta sulle nuvole

 

PUNTA SULLE NUVOLE


Punta sulle nuvole
sugli alberi e su altre cose mute,
non tue, non vicine,
non addestrate a compiacerti,
punta sulla luce, cercala sempre,
infine punta sulla tua follia,
se ce l’hai, se non te l’hanno rubata
da piccolo.

(FRANCO ARMINIO)

 

Punta sulle nuvole è un’espressione polisemica.

1)  Prima di tutto esorta a tener conto del fatto che esiste un mondo al di fuori di noi. Si tratta di un invito a superare e limitare la nostra “egoarchia” individuale (sottoforma di narcisismo) e collettiva (come prometeismo: tendenza a spingerci al di là di ogni limite).

Il mondo occidentale è vittima di una terribile malattia, l’antropocentrismo: l’uomo occidentale si sente il centro dell'universo, forse padrone del mondo e per questo in diritto di violentarlo e rovinarlo. Il principio dell’homo mensura di Protagora ha fatto perdere di vista il valore della coabitazione dell’uomo con altre forme di vita.

A riportarci a più umili prospettive deve essere la necessaria constatazione che noi siamo parte di un insieme più grande che esiste, con le sue leggi, a prescindere da noi e che dobbiamo rispettare: la nuvola scorre libera e leggera e se ne infischia di noi. Con la sua la sua bellezza non sa che esistiamo.

L’auspicio di Arminio  è che l’umiltà delle piccole cose della natura ci faccia acquisire una prospettiva meno autocentrata.

La follia, allora, sarà questo: uno sguardo DIVERSO sul mondo e sulla vita, la capacità di rinunciare alla pretesa di conquistare tutto e sfidare ogni limite con la nostra prometeica ragione, accumulando sapere su sapere per conquistare la luna e andare oltre, recuperiamo la voglia di sognare: eleviamoci oltre la prospettiva dell’UTILE, del funzionale per riconquistare la BELLEZZA e restituirle spazio (abbiamo funzionalissime città di cemento e ipermercati, ma senza fiori). Ciò che è utile, di solito è brutto: Veramente bello è soltanto ciò che non può servire a nulla; tutto ciò che è utile è brutto, perché è l’espressione di un determinato bisogno, e i bisogni dell’uomo sono ignobili e disgustosi, come la sua povera e inferma natura. Il luogo più utile di una casa è il cesso. (T. GAUTIER, Madmoiselle de Maupin)

In una realtà che antepone la ragione tecnica in un sistema che “funzioni”, facciamolo inceppare ogni tanto, questo sistema, e restituiamo al desiderio la sua dignità.

Le nuvole sono sopra di noi, in alto, sono leggere. L’invito di Arminio è quello di recuperare quella “leggerezza” così cara a Calvino: uno sguardo che ci distolga dall’inferno quotidiano e ci elevi al di là della pesantezza del vivere in cui spesso ci sentiamo solo ingranaggi “utili” al funzionamento di un sistema, ma disanimati e spersonalizzati persi tra le

chiacchiere del giorno
tutte uguali, una giostra di parole
che non sa di niente.
 

(Cfr.:https://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/approfondimenti/una-lettera-a-ppp-di-franco-arminio-paesologo/)

 

 

 

 

 

mercoledì 21 febbraio 2024

IL TEMPO, LA VITA

 

IL TEMPO

Le dita sulla tastiera del computer schioccano
– solo piú leggermente –
come un tempo la macchina per scrivere.
Era bello quel nome: macchina, ancora meglio
quando senza la c ritorna machina.
Impalcatura per un dio o un assedio,
ariete per abbattere le mura.
Rimandava a un arto di ferro, un ordigno
e un artiglio che ubbidiva al cervello.
Eppure non ha senso
rimpiangere il passato,
provare nostalgia per quello che
crediamo di essere stati.
Ogni sette anni si rinnovano le cellule:
adesso siamo chi non eravamo.
Anche vivendo – lo dimentichiamo –
restiamo in carica per poco.

Antonella Anedda , da Historiae, Einaudi, Torino, 2018

Il tempo della vita in cui “restiamo in carica”, quello che autenticamente ci appartiene, è breve. L’ispirazione del concetto di A. Anedda coincide con un principio senecano relativo alla brevità effettiva della vita umana rispetto alle aspettative e ai desideri di ognuno: è esigua la parte della vita in cui, appunto, “restiamo in carica”, cioè viviamo veramente e non ci limitiamo a stare in vita, a esistere o sopravvivere o vivere solo biologicamente. Scrive infatti il filosofo nel suo De Brevitate vitae: Hi si volent scire quam brevis ipsorum vita sit, cogitent ex quota parte sua sit (“Se questi vorranno sapere quanto sia breve la loro vita, considerino quanta parte di essa gli appartenga”).

Ovviamente è inutile rimpiangere il passato e le occasioni perdute: il passato è irrevocabile e non si può vivere di nostalgie (il dolore per un ritorno impossibile), non siamo più quelli di ieri e con le nostre continue trasformazioni (siamo chi non eravamo) dobbiamo misurarci e fare i conti. Ma possiamo incominciare a vivere e a dare senso al tempo che ci resta, facendo le nostre scelte.

È questo il messaggio che viene dagli antichi: più che il rammarico per il passato che non torna e per la brevità dell’esistenza, gli antichi danno un messaggio costruttivo su come vivere il tempo, sulla sua qualità. Il dato oggettivo è che il tempo è un “ritaglio” (dal greco, "temno", tagliare) rispetto all’intero dell’eternità (aéi=sempre), ma solo questo ritaglio abbiamo (Seneca, Ep. I,1. tempus tantum nostrum est: di tutti i beni solo il tempo è davvero nostro, dipende da noi e dall’attenzione che gli dedichiamo) e dobbiamo fare in modo che sia bello e non vada sprecato.

Inseguendo l'ombra, il tempo invecchia in fretta, scriveva Crizia (Atene, 460 a.C. – Atene, inverno 403 a.C.), politico, scrittore e filosofo greco antico, già discepolo di Socrate e in seguito capo dei Trenta tiranni di Atene. E a questo frammento A. Tabucchi si è ispirato per la sua raccolta di racconti intitolata, appunto, Il tempo invecchia in fretta, proprio per sottolinearne la fugacità.
L’esortazione di Crizia è chiara: dobbiamo cercare di dare spazio a momenti che abbiano valore e non a vane illusioni, dobbiamo cercare di capire che cosa veramente conta per rimanere davvero immortali nel ricordo di chi resta: non saremo ricordati per i soldi che avremo accumulato o per le macchine che avremo venduto, comprato, piuttosto per l’amore che avremo saputo dare.

 Orazio nel Carpe diem dà indicazioni ancora più pratiche, suggerisce una vera e propria ars vivendi.


Hor. carm. 1,11
Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi 
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios 
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati. 
seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam, 
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare Tyrrhenum: 
sapias, vina liques, et spatio brevi 
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida 
aetas: carpe diem quam minimum credula postero.

Luca Canali

Non chiedere, o Leuconoe (è illecito sapero) qual fine abbiano a te e a me assegnato gli dei, e non scrutare gli oroscopi babilonesi. Quant’è meglio accettare quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni, oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno contro gli scogli, sii saggia, filtra vini, tronca lunghe speranze per la vita breve. Parliamo e intanto fugge l’astioso tempo. Afferra l’oggi, credi al domani (postero diei sott.) quanto meno puoi.

 Carpere da karpós (frutto): dobbiamo saper riconoscere i momenti belli da eternare, come sappiamo riconoscere il sapore di un frutto polposo (quando non è acerbo, né appassito) o di un fiore: dipende da noi saper fare attenzione al senso delle cose, dei momenti che contano e renderli eterni (viverli e ricordarli). Non si tratta di cercare la straordinarietà di imprese eccezionali o memorabili: la capacità sta nel saper trovare la straordinarietà nell’ordinario, nel saper riconoscere come prezioso un momento per il senso che noi gli attribuiamo e gli riconosciamo (un incontro, un abbraccio, una chiacchierata, una lettura, una giornata particolare al lavoro, uno scambio di idee, un bacio). Orazio ci dice che dobbiamo dare noi sapore alla nostra vita filtrando le esperienze, in modo tale da saper distinguere ciò che ha sapore/ valore e ciò che invece è solo scarto, inutile, superfluo (sapias, vina liques)

Questo significa vivere il presente – l’unico tempo che davvero ci appartiene – con attenzione e cura, affinando la capacità di cogliere il senso, il valore e la bellezza inattesa e straordinaria che si nasconde nell’ordinario: le risate nascoste dei bimbi tra le foglie. È questione di prospettiva, di esercizio: bisogna farci caso, alla vita.

Inattese in un raggio di sole
mentre la polvere si muove
si alzano le risate nascoste
dei bimbi tra le foglie
Presto, qui, ora, sempre –
ridicolo, sprecato e triste il tempo
che prima e dopo si stende.

T. S. Eliot, Burt Norton (castello disabitato nel Gloucestershire, Inghilterra), in Quattro quartetti

 

 

mercoledì 3 gennaio 2024

B. Brecht, Piaceri

 

Piaceri 

Il primo sguardo dalla finestra al mattino                                

il vecchio libro ritrovato

volti entusiasti

neve, il mutare delle stagioni

il giornale

il cane

la dialettica

fare la doccia, nuotare

musica antica

scarpe comode

capire

musica moderna

scrivere, piantare

viaggiare

cantare

essere gentili.

Bertolt Brecht, Piaceri 1954/55

 

C’è un episodio della vita di Brecht che bisogna conoscere per capire fino in fondo Piaceri. Nel 1916, mentre in Europa infuria la Grande Guerra, generata di nazionalismi feroci, in un commento al verso oraziano dulce et decorum est pro patria mori, un Brecht giovanissimo prende una netta posizione contro le politiche nazionalistiche del suo tempo, contro le morti eroiche: sottolinea che tali affermazioni sono solo frutto di vuota propaganda, vengono in genere pronunciate da che si sente lontano dalla morte. E quando invece la fine si avvicina tutti questi eroi gonfi di parole, non esitano invece a darsi alla fuga, proprio come fece Orazio, che nella battaglia di Filippi scappò e abbandonò lo scudo, per poi diventare poeta di corte, entrando a far parte del circolo augusteo coordinato da Mecenate: Brecht condanna Orazio per la sua collaborazione con un princeps liberticida e lo definisce – certamente esagerando – il grasso giullare dell’imperatore.

Per questo episodio Brecht rischiò l’espulsione dalla scuola, in cui rimase solo grazie all’intervento di persone influenti che chiesero l’archiviazione del fatto.

Nel tempo le posizioni politiche di Brecht si radicalizzarono fino all’aperta opposizione alle politiche naziste: fu perseguitato e esiliato. Lasciò Berlino.

Tutta la poesia di Brecht risente del suo forte impegno politico. Quindi Piaceri sembra un componimento insolito, non solo perché non ha un messaggio politico, ma – alla luce di quanto sappiamo della sua esplicita condanna di Orazio – recupera proprio dal poeta latino che da giovane aveva tanto condannato, l’invito a cogliere l’essenza della vita nelle gioie quotidiane. Orazio, infatti, nel carme 11 – il noto carme del Carpe diem – invita con una semplice metafora, la giovane Leuconoe a flitrare il vino, ad andare cioè all’essenza delle cose, a ristabilire la gerarchia dei valori, a dare senso al nostro tempo, alla nostra esistenza.

Alcuni dei piaceri indicati da Brecht attraverso la tecnica dell’elencazione di parole-verso (o solo nomi o solo verbi) fanno riferimento al concetto di rinascita, anche se in senso metaforico.

-         Il primo sguardo dalla finestra al mattino: il nuovo giorno e la prospettiva con cui lo guardiamo ci predispone verso quotidiane rinascite, ripensamenti, riappropriazioni di noi stessi, di particolari che ci erano sfuggiti.

-         Il vecchio libro ritrovato: ogni lettura è sempre una rinascita, perché leggendo viviamo le vite degli altri e in loro riconosciamo una parte di noi. Poi, in particolare, in un vecchio libro riscopriamo sottolineature e note del passato, attraverso le quali scopriamo i nostri cambiamenti, le nostre rinascite, le nostre nuove riletture, diverse interpretazioni.

-         Il mutare delle stagioni: la vita è un eterno rysmos diceva Archiloco nel VII sec. a. C. e dopo ogni inverno c’è sempre un’estate che rinasce, dopo il buio della notte il sole sorge ancora. Dal dolore bisogna saper rinascere.

-         Essere gentili: questa è la vera rivoluzione per una rinascita non solo individuale, ma collettiva, la rivoluzione della gentilezza è quella che potrà dare nuova forma al mondo.

In una società ormai preda di conflitti e radicalizzazioni estreme, essere gentili vorrà dire “lasciare che l’altro sia”, evitare le istintive prevaricazioni e egolatrie, capire che la gentilezza comincia dalle cose semplici, dalle parole, quelle che dobbiamo saper ascoltare, quelle che dobbiamo saper selezionare, quelle non dobbiamo dire perché il silenzio a volte è una scelta migliore: come diceva ancora Orazio, nescit vox missa reverti, una parola ormai pronunciata non può più tornare indietro, lascia ferite che nessun rimorso potrà sanare.

Nell’imparare a essere gentili è la rinascita di un’umanità nuova.

 


P. P. PASOLINI - IRROMPONO I GRILLI

 

Irrompono negli orecchi, fissi,                                           

dai nuovi campi dell’Aniene i vecchi
grilli, e mi gridano in silenzio
la mia inascoltata solitudine.
Scomparso dentro questa vecchia
calma campestre che non è la mia
rincaso, e sotto i lontani punti
dei lumi dei sobborghi, i grilli
sollevano un canto che ricopre
con la malinconia il rimorso
e con la monotonia il terrore.

Pier Paolo Pasolini

da: Poesia 278, Anno XXVI, gennaio 2013, Crocetti

Questi versi di Pasolini si riferiscono a un momento preciso della sua vita: il poeta ha appena lasciato Casarsa per recarsi a Roma – siamo nel gennaio del 1950 – dopo un evento traumatico e per quei empi scandaloso: a Ramuscello, durante la festa di Santa Sabina Pasolini sia apparta con un ragazzo. Per questo verrà processato con l’accusa di corruzione di minore e atti osceni in luogo pubblico, viene espulso dal PCI e perde il suo lavoro di insegnante presso la scuola di Valvasone.

Lo stato d’animo con cui il poeta raggiunge Roma è quello di un esiliato in cammino verso l’ignoto tra gente estranea.

Pertanto il silenzio in cui irrompono i grilli ha sfumature molteplici: è il restare inascoltati nella solitudine, nel deserto affettivo, illuminato solo dalla inseparabile madre Susanna Colussi; è lo smarrimento, lo sradicamento dell’esule che in una terra nuova si prepara ad affrontare le incognite del futuro con addosso il peso del passato.

In questa dimensione il canto dei grilli è come un grido nel silenzio – i grilli infatti sono antropomorfizzati e non friniscono, ma gridano – il loro canto non è un conforto, una consolazione bucolica, è un verso malinconico e monotono nel quale il poeta sente rispecchiarsi il suo stato d’animo in cui si mescolano rimorso del passato e terrore per il futuro.

E i grilli che squarciano il silenzio sono vecchi, sono i grilli di un’antica tradizione letteraria, sono grilli “parlanti”, rappresentano la voce della coscienza con cui il poeta si sente condannato a fare i conti come un peso che schiaccia, e che prende forma nel rimorso di una colpa che una società ancora primitiva gli ha addossato.

Il silenzio, allora, è quello di una forte estraneità di Pasolini al tempo in cui vive, ai suoi valori ipocriti e perbenisti, un'estraneità che diventa dolore insopprimibile se la coscienza soggettiva ha interiorizzato la morale comune e non è libera di avere una voce propria.

martedì 21 aprile 2020

Philip Roth - Politica vs Letteratura

- La politica è la grande generalizzatrice, - mi diceva Leo, - e la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono tra loro in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico. Per la politica, la letteratura è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, una cosa che non ha senso e che non dovrebbe neppure esistere. Perché? Perché la letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, non negare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare. Altrimenti produci propaganda, se non per un partito politico, per un movimento politico, stupida propaganda per la vita stessa, per la vita come essa stessa, forse, vorrebbe essere propagandata.
Nei primi cinque o sei anni della rivoluzione russa i rivoluzionari gridavano: “Amore libero, ci sarà l’amore libero!” Ma, una volta al potere, non potevano permetterlo. Perché l’amore libero cos’è? È il caos. Ed essi non volevano il caos. Non era per questo che avevano fatto la loro gloriosa rivoluzione. Volevano qualcosa di accuratamente disciplinato, organizzato, contenuto, prevedibile scientificamente, se possibile. L’amore libero nuoce all’organizzazione, all’apparato sociale, politico e culturale. Anche l’arte nuoce all’organizzazione. La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare.
Sofferenza generalizzata? Ecco il comunismo. Sofferenza particolareggiata? Ecco la letteratura.
(P. Roth, Ho sposato un comunista)

giovedì 26 marzo 2020

La peste del linguaggio


Quando descrive la peste di Atene che decima il popolo e si porta via il più grande statista del tempo (Pericle), lo storiografo Tucidide non intende limitarsi a parlare della patogenesi e della fenomenologia della malattia né vuole soltanto sottolineare come in tempi di crisi la peste non sia esclusivamente una piaga del corpo, ma anche una malattia dell’animo: quando, infatti, non si riconosce più il senso umano della vita e quando si perde ogni traccia di anelito spirituale, allora, sì, la peste ha colpito al cuore l’esistenza . No, Tucidide nella peste vede un pericolo enorme, più grande del numero delle vittime e più acuto del dolore dei corpi, più duraturo dell’agonia dei singoli individui: nella peste Tucidide scorge il virus della fine di un’epoca, il sintomo della deriva di una polis in difficoltà, già travolta dalla guerra contro Sparta, la peste acuisce il pericolo della sconfitta e della schiavitù, la preoccupazione di cadere "in avventure politiche rovinose per la stessa sopravvivenza dello Stato". Nella peste si annidano i germi della fine della democrazia: dalla peste nascerà la malattia del linguaggio, quello della Sofistica degenerata in Eristica, la patologia del linguaggio che con le sue capziosità e ambiguità riesce a far prevalere il discorso debole su quello forte; alla peste nascerà il regime dei Trenta Tiranni, quello che condannerà a morte Socrate, il libero pensiero; dalla peste nascerà la dittatura.
“Tutte le disgrazie degli uomini derivano dal non tenere un linguaggio chiaro”, ammonisce Camus nel suo romanzo “La peste”. E in effetti, oggi lo stiamo sperimentando: i decreti plurimi e ambigui, fumosi e intenzionalmente polisemici, emanati dal governo, le cui esternazioni notturne - poco chiarificatrici e molto ansiogene - alimentano il senso di smarrimento generale; le confusioni strumentali che si annidano nelle dichiarazioni di politici attenti solo a catturare consensi; le contraddizioni lessicali e contenutistiche fra virolgi, epidemiologi, esperti, scienziati; il vano parlare di inconcludenti narcisisti del web e della TV;  e infine le polemiche astratte tra filosofi sull’essenza del Male, come quella recente tra Agamben e Flores D’Arcais lo dimostrano chiaramente. Con "la peste del linguaggio" - così la chiamava Italo Calvino nelle sue Lezioni americane - comincia la fine di una democrazia.
Rispetto del dolore, attenzione alla sofferenza, onestà delle parole, coerenza delle decisioni politiche: questo chiediamo ai tempi del Coronavirus.

Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.
(G. Ungaretti)

domenica 22 marzo 2020

Sofocle - Antigone


Per l’uomo nulla ha poteri così tristi e larghi come il danaro, che città devasta, 
uomini strappa dalle case, 
istruisce le menti pure a concepire il male,
 le perverte e le muta, del delitto indica il passo 
e l’esperienza schiude ad ogni empietà.
(SOFOCLE, “Antigone”)




Danilo Dolci - Poesia diversa


C'è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C'è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C'è pure chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.
(Danilo Dolci, da Il limone lunare "Poesia diversa")


Rilke - Sonetti a Orfeo, I,12

Lode allo Spirito che sa connetterci,
perché la nostra vita è fatta di figure.
E il nostro giorno autentico non si misura
sul passo minimo delle lancette.
Rilke ritratto da Leonid Pasternak

Pur ignorando il nostro posto vero,
nell'azione un reale Rapporto ci orienta.
Le antenne sentono le altre antenne,
e messaggi attraversano le vuote lontananze ...

Tensione pura. Musica delle forze!
Dedicarti a faccende inessenziali
non distoglie da te ciò che perturba?

E anche il villano che opera e si affanna
dove il seme si muta in messe estiva,
non è lui che lo fa. La terra dona.
(R.M.Rilke, Sonetti a Orfeo, I, 12)









Dino Buzzati - Qualcosa era successo

Il treno aveva percorso solo pochi chilometri (e la strada era lunga, ci saremmo fermati soltanto alla lontanissima stazione d'arrivo, così correndo per dieci ore filate) quando a un passaggio a livello vidi dal finestrino una giovane donna. Fu un caso, potevo guardare tante altre cose invece lo sguardo cadde su di lei che non era bella né di sagoma piacente, non aveva proprio niente di straordinario, chissà perché mi capitava di guardarla. Si era evidentemente appoggiata alla sbarra per godersi la vista del nostro treno, superdirettissimo, espresso del nord, simbolo per quelle popolazioni incolte, di miliardi, vita facile, avventurieri, splendide valige di cuoio, celebrità, dive cinematografiche, una volta al giorno questo meraviglioso spettacolo, e assolutamente gratuito per giunta.

Ma come il treno le passò davanti lei non guardò dalla nostra parte (eppure era là ad aspettare forse da un'ora) bensì teneva la testa voltata indietro badando a un uomo che arrivava di corsa dal fondo della via e urlava qualcosa che noi naturalmente non potemmo udire: come se accorresse a precipizio per avvertire la donna di un pericolo. Ma fu un attimo: la scena volò via, ed ecco io mi chiedevo quale affanno potesse essere giunto, per mezzo di quell'uomo, alla ragazza venuta a contemplarci. E stavo per addormentarmi al ritmico dondolio della vettura quando per caso - certamente si trattava di una pura e semplice combinazione - notai un contadino in piedi su un muretto che chiamava chiamava verso la campagna facendosi delle mani portavoce. Fu anche questa volta un attimo perché il direttissimo filava eppure feci in tempo a vedere sei sette persone che accorrevano attraverso i prati, le coltivazioni, l'erba medica, non importa se la calpestavano, doveva essere una cosa assai importante. Venivano da diverse direzioni chi da una casa, chi dal buco di una siepe chi da un filare di viti o che so io, diretti tutti al muriccioio con sopra il giovane chiamante. Correvano, accidenti se correvano, si sarebbero detti spaventati da qualche avvertimento repentino che li incuriosiva terribilmente, togliendo loro la pace della vita. Ma fu un attimo, ripeto, un baleno, non ci fu tempo per altre osservazioni.

Che strano, pensai, in pochi chilometri già due casi di gente che riceve una improvvisa notizia, così almeno presumevo. Ora, vagamente suggestionato, scrutavo la campagna, le strade, i paeselli, le fattorie, con presentimenti ed inquietudini.

Forse dipendeva da questo speciale stato d'animo, ma più osservavo la gente, contadini, carradori, eccetera, più mi sembrava che ci fosse dappertutto una inconsueta animazione. Ma sì, perché quell'andirivieni nei cortili, quelle donne affannate, quei carri, quel bestiame? Dovunque era lo stesso. A motivo della velocità era impossibile distinguere bene eppure avrei giurato che fosse la medesima causa dovunque. Forse che nella zona si celebravan sagre? Che gli uomini si disponessero a raggiungere il mercato? Ma il treno andava e le campagne erano tutte in fermento, a giudicare dalla confusione. E allora misi in rapporto la donna del passaggio a livello, il giovane sul muretto, il viavai dei contadini: qualche cosa era successo e noi sul treno non ne sapevamo niente.

Guardai i compagni di viaggio, quelli dello scompartimento, quelli in piedi nel corridoio. Essi non si erano accorti. Sembravano tranquilli e una signora di fronte a me sui sessant'anni stava per prender sonno. O invece sospettavano? Sì, sì, anche loro erano inquieti, uno per uno, e non osavano parlare. Più di una volta li sorpresi, volgendo gli occhi repentini, guatare fuori. Specialmente la signora sonnolenta, proprio lei, sbirciava tra le palpebre e poi subito mi controllava se mai l'avessi smascherata. Ma di che avevano paura?

Napoli. Qui di solito il treno si ferma. Non oggi il direttissimo. Sfilarono rasente a noi le vecchie case e nei cortili oscuri vedemmo finestre illuminate e in quelle stanze - fu un attimo - uomini e donne chini a fare involti e chiudere valige, così pareva. Oppure mi ingannavo ed erano tutte fantasie?

Si preparavano a partire. Per dove? Non una notizia fausta dunque elettrizzava città e campagne. Una minaccia, un pericolo, un avvertimento di malora. Poi mi dicevo: ma se ci fosse un grosso guaio, avrebbero pure fatto fermare il treno; e il treno invece trovava tutto in ordine, sempre segnali di via libera, scambi perfetti, come per un viaggio inaugurale.

Un giovane al mio fianco, con l'aria di sgranchirsi, si era alzato in piedi. In realtà voleva vedere meglio e si curvava sopra di me per essere più vicino al vetro. Fuori, le campagne, il sole, le strade bianche e sulle strade carriaggi, camion, gruppi di gente a piedi, lunghe carovane come quelle che traggono ai santuari nel giorno del patrono. Ma erano tanti, sempre più folti man mano che il treno si avvicinava al nord. E tutti avevano la stessa direzione, scendevano verso mezzogiorno, fuggivano il pericolo mentre noi gli si andava direttamente incontro, a velocità pazza ci precipitavamo verso la guerra, la rivoluzione, la pestilenza, il fuoco, che cosa poteva esserci mai? Non lo avremmo saputo che fra cinque ore, al momento dell'arrivo, e forse sarebbe stato troppo tardi.

Nessuno diceva niente. Nessuno voleva essere il primo a cedere. Ciascuno forse dubitava di sé, come facevo io, nell'incertezza se tutto quell'allarme fosse reale o semplicemente un'idea pazza, allucinazione, uno di quei pensieri assurdi che infatti nascono in treno quando si è un poco stanchi. La signora di fronte trasse un sospiro, simulando di essersi svegliata, e come chi uscendo dal sonno leva gli sguardi meccanicamente, così lei alzo le pupille fissandole, quasi per caso, alla maniglia del segnale d'allarme. E anche noi tutti guardammo l'ordigno, con l'identico pensiero. Ma nessuno parlò o ebbe l'audacia di rompere il silenzio o semplicemente osò chiedere agli altri se avessero notato, fuori, qualche cosa di allarmante.

Ora le strade formicolavano di veicoli e gente, tutti in cammino verso il sud. Rigurgitanti i treni che ci venivano incontro. Pieni di stupore gli sguardi di coloro che da terra ci vedevano passare, volando con tanta fretta al settentrione. E zeppe le stazioni. Qualcuno ci faceva cenno, altri ci urlavano delle frasi di cui si percepivano soltanto le vocali come echi di montagna.

La signora di fronte prese a fissarmi. Con le mani piene di gioielli cincischiava nervosamente un fazzo1etto e intanto i suoi sguardi supplicavano: parlassi, finalmente, li sollevassi da quel silenzio, pronunciassi la domanda che tutti si aspettavano come una grazia e nessuno per primo osava fare.

Ecco un'altra città. Come il treno, entrando nella stazione, rallentò un poco, due tre si alzarono non resistendo alla speranza che il macchinista fermasse. Invece si passò, fragoroso turbine, lungo le banchine dove una folla inquieta si accalcava anelando a un convoglio che partisse, tra caotici mucchi di bagagli. Un ragazzino tentò di rincorrerci con un pacco di giornali e ne sventolava uno che aveva un grande titolo nero in prima pagina. Allora con un gesto repentino, la signora di fronte a me si sporse in fuori, riuscì ad abbrancare il foglio ma il vento della corsa glielo strappò via. Tra le dita restò un brandello. Mi accorsi che le sue mani tremavano nell'atto di spiegarlo. Era un pezzetto triangolare. Si leggeva la testata e del gran titolo solo quattro lettere. IONE, si leggeva. Nient'altro. Sul verso, indifferenti notizie di cronaca.

Senza parole, la signora alzò un poco il frammento affinché tutti lo potessero vedere. Ma tutti avevamo già guardato. E si finse di non farci caso. Crescendo la paura, più forte in ciascuno si faceva quel ritegno. Verso una cosa che finisce in IONE noi correvamo come pazzi, e doveva essere spaventosa se, alla notizia, popolazioni intere si erano date a immediata fuga. Un fatto nuovo e potentissimo aveva rotto la vita del Paese, uomini e donne pensavano solo a salvarsi, abbandonando case, lavoro, affari, tutto, ma il nostro treno no, il maledetto treno marciava con la regolarità di un orologio, al modo del soldato onesto che risale le turbe dell'esercito in disfatta per raggiungere la sua trincea dove il nemico già sta bivaccando. E per decenza, per un rispetto umano miserabile, nessuno di noi aveva il coraggio di reagire. Oh i treni come assomigliano alla vita!

Mancavano due ore. Tra due ore, all'arrivo, avremmo saputo la comune sorte. Due ore, un'ora e mezzo, un'ora, già scendeva il buio. Vedemmo di lontano i lumi della sospirata nostra città e il loro immobile splendore riverberante un giallo alone in cielo ci ridiede un fiato di coraggio. La locomotiva emise un fischio, le ruote strepitarono sul labirinto degli scambi. La stazione, la curva nera delle tettoie, le lam- pade, i cartelli, tutto era a posto come il solito.

Ma, orrore!, il direttissimo ancora andava e vidi che la stazione era deserta, vuote e nude le banchine, non una figura umana per quanto si cercasse. Il treno si fermava finalmente. Corremmo giù per i marciapiedi, verso l'uscita, alla caccia di qualche nostro simile. Mi parve di intravedere, nell'angolo a destra in fondo, un po' in penombra, un ferroviere col suo berrettuccio che si eclissava da una porta, come terrorizzato. Che cosa era successo? In città non avremmo più trovato un'anima? Finché la voce di una donna, altissima e violenta come uno sparo, ci diede un brivido.

" Aiuto! Aiuto! " urlava e il grido si ripercosse sotto le vitree volte con la vacua sonorità dei luoghi per sempre abbandonati.
(D. Buzzati, da Il crollo della Baliverna, "Qualcosa era successo")

Camillo Sbarbaro, Taci, anima stanca


Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio. Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato … Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto. Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso

(C. Sbarbaro, da Pianissimo, "Taci, anima stanca")

giovedì 19 marzo 2020

Kriton Athanasulis - Testamento

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t'empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S'è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l'amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l'arma con la canna arroventata.
Non l'appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest'ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d'una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d'uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d'un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell'odio.
Ti lascio l'indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l'epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d'una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l'imprigionato no dell'uomo libero.
Anch'io sono di quelli che dicono di fuori
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l'occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l'acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d'essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.
(Kriton Athanasulis, Testamento, da "Due uomini dentro di me", 1957)

domenica 16 luglio 2017

Charles Baudelaire - Elevazione



Al di sopra di laghi e di montagne,
del mare, dei boschi e delle nuvole,
al di sopra del sole, oltre lo spazio,
al di là dei confini delle sfere celesti

navighi, mio spirito con agilità.
Nuotatore eccellente che gode dell’onda,
solchi allegramente l’immensità profonda
con un’indicibile e maschia voluttà.

Innàlzati ben lontano dai miasmi pestiferi
vai a purificarti nell’aria superiore,
e bevi, come liquore puro e divino,
il limpido fuoco degli spazi cristallini.

Abbandonando le noie e le profonde tristezze
che rendono pesante l’esistenza brumosa,
felice colui che può con ali vigorose
slanciarsi verso campi luminosi e sereni,

colui i cui pensieri, simili alle allodole,
liberi si slanciano verso i cieli al mattino,
– chi plana sulla vita e comprende senza sforzo
il linguaggio dei fiori e delle cose mute.

(Charles Baudelaire, Elevazione, da I fiori del male)



Konstantinos Kavafis - Per quanto sta in te


E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea
(Konstantinos Kavafis, Per quanto sta in te, da Settantacinque poesie)


venerdì 14 luglio 2017

Massimo Recalcati - L'ora di lezione


Nessuno può insegnare a insegnare, come, in fondo, nessuno può insegnare ad apprendere. Non si sa come si apprende, non esiste una tecnica per l'apprendimento: si sa solo che avviene. (...)
L'insegnamento non dipende da una retorica o, come si dice oggi, da una capacità o da una tecnica di comunicazione, ma dal carisma di chi parla, ovvero da come sa rendere vivi, far vibrare, gli enunciati che trasmette (...).
C'è un salto nel vuoto che attende ogni insegnante nell'esercizio del suo lavoro. È una dimensione che implica sempre un certo coraggio nell'esposizione verso l'Altro (...).
Un insegnamento che vorrà mantenersi fedele al suo compito saprà evocare l'impossibile da trasmettere, l'impossibile da apprendere, l'impossibile da insegnare.
(Massimo Recalcati, L'ora di lezione)


Annie Ernaux - Memoria di ragazza


E cosa ne è della vergogna di essere stata innamorata pazza di un uomo, di averlo atteso dietro una porta che non ha aperto?
Leggere "Il secondo sesso" me ne ha ripulito o, al contrario, mi ci ha fatto sprofondare? (...)
Aver ricevuto le chiavi per capire la vergogna non dà il potere di cancellarla. (...)

Con certezza so che la studentessa di filosofia ha fatto sua l'esortazione di Simone de Beauvoir: "Noi pensiamo che la donna sia chiamata a scegliere tra affermare la sua trascendenza e alienarsi in oggetto". 
Ha ricevuto la risposta alla sua domanda: come bisogna comportarsi? Da soggetto libero.
(Annie Ernaux, Memoria di ragazza)


lunedì 10 luglio 2017

Michel Houellebecq - Uomo e donna



L'uomo è assolutamente ineducabile. Che sia un filosofo del linguaggio, un matematico o un compositore di musica seriale, opererà sempre inesorabilmente, le sue scelte riproduttive su criteri meramente fisici, e criteri immutati da millenni. In partenza, ovviamente, anche le donne sono attratte innanzitutto dalle doti fisiche, ma, con un'educazione appropriata, si può riuscire a convincerle che l'essenziale non è quello.


(Michel Houellebecq, Sottomissione)


Michel Houellebecq - Nostalgia

Passeggiai per un quarto d'ora sotto gli archi di putrelle d'acciaio, un po' sorpreso dalla mia nostalgia, senza mai perdere coscienza della rara bruttezza dell'ambiente, quegli edifici erano stati costruiti nel periodo peggiore del modernismo, ma la nostalgia non è un sentimento estetico, e non è neanche legata al ricordo di una felicità, si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male, il passato è sempre bello, e in effetti anche il futuro, a far male è solo il presente, che portiamo con noi come un ascesso di sofferenza che ci accompagna tra due infiniti di quieta felicità.

(Michel Houellebecq, Sottomissione)


Heinrich Böll - Sottomissione e subordinazione


Vorrei soltanto additare le premesse esistenziali, diciamo, per cui sorgono sottomissione e subordinazione.
Non c'è bisogno di discutere sugli orrori della guerra, la medesima tirannia, ordinata gerarchicamente, lei può trovarla in una scuola, in una parrocchia o chiesa, sempre là dove sorgono ordinamenti gerarchici, dove si creano dei superiori.
Lei sa bene cosa sia un  superiore, che viene preposto a qualcuno come una minestra, dicendogli: ecco, mangia o muori.
L'autorità superiore crea una tale sorta di orrori, crea sottomissione e tirannia.
Anche nella vita civile, anche in tempo di pace.
(Heinrich Böll, in La memoria, la rabbia, la speranza)


Raymond Carver - Anima e Tenerezza

  C’è una frase negli scritti di santa Teresa che mi è sembrata via via sempre più adatta all’occasione…
  Santa Teresa, questa donna straordinaria vissuta 373 anni fa, ha detto: “Le parole conducono ai fatti, […] preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza”.
  Così espresso, questo pensiero è limpido e bellissimo. Lo ripeterò un’altra volta perché c’è anche qualcosa di strano, di esotico in un sentimento portato alla nostra attenzione a questa distanza, in un’epoca che è sicuramente meno disponibile a sostenere questo importante collegamento tra ciò che diciamo e ciò che facciamo: “Le parole conducono ai fatti […] Preparano l’anima, la rendono pronta e la commuovono fino alla tenerezza”.
  C’è qualcosa di molto misterioso, per non dire – perdonatemi – addirittura mistico in queste parole particolari e nel modo in cui santa Teresa le usa, con tutto il loro peso e la convinzione che ci mette. È vero, ci rendiamo conto che esse sembrano quasi l’eco di un’epoca passata e più riflessiva.
  In particolare l’uso della parola anima, un termine in cui non ci imbattiamo molto spesso di questi tempi se non nell’ambito religioso e magari nella sezione di musica “soul” di un negozio di dischi. Tenerezza – ecco un’altra parola che non sentiamo tanto spesso oggigiorno e specialmente in un’occasione pubblica e gioiosa come questa. Pensateci un attimo: quando è stata l’ultima volta che l’avete usata o l’avete sentita usare? È altrettanto rara quanto l’ altra parola, anima…
  Molto tempo dopo che quello che vi ho detto vi sarà passato di mente, tra qualche settimana oppure tra qualche mese, e l’unica sensazione che vi rimarrà sarà quella di aver partecipato a una grande riunione pubblica, quando noterete la fine di un importante periodo della vostra vita e l’inizio di uno nuovo, nell’elaborare i vostri destini personali, provate a ricordare che le parole, quelle giuste, quelle vere, possono avere lo stesso potere delle azioni.
  E ricordatevi anche quella parola poco usata che è ormai quasi sparita dall’uso, sia in pubblico che in privato: tenerezza.
  Non potrà farvi male.
  E quell’altra parola: anima – o chiamatela spirito, se preferite, se vi rende più facile rivendicare quel territorio.
  Non scordatevi neanche quella.
  Fate attenzione allo spirito delle vostre parole, delle vostre azioni.   È una preparazione sufficiente”.
(Raymond Carver, Il mestiere di scrivere)