La primavera

La primavera
... sdegno il verso che suona e non crea (Foscolo, "Le Grazie")

domenica 11 giugno 2017

Wislawa Szymborska - LA GIOIA DI SCRIVERE

La vita – è il solo modo                           
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;
  
e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla di vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

(Wislawa Szymborska, Un appunto, in La gioia di scrivere)

* * *

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.     

Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ci fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché -
e da dove è saltato fuori uno così -
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
oppure
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

(Wislawa Szymborska, Disattenzione, in La gioia di scrivere)


* * *

Un tempo sapevamo il mondo a menadito:
-era così piccolo da stare fra due mani,
così facile che per descriverlo bastava un sorriso,
semplice come l’eco di antiche verità nella preghiera.

La storia non accoglieva con squilli di fanfara:
ha gettato negli occhi sabbia sporca.
Davanti a noi strade lontane e cieche,
pozzi avvelenati, pane amaro.

Il nostro bottino di guerra è la conoscenza del mondo:
-è così grande da stare fra due mani,
così difficile che per descriverlo basta un sorriso,
strano come l’eco di antiche verità nella preghiera.
                                                                      1945
(Wislawa Szymborska, ***, in La gioia di scrivere)














* * *


Credo nella grande scoperta.
Credo nell’uomo che farà la scoperta.
Credo nella paura dell’uomo che farà la scoperta.

Credo nel pallore del suo viso,
nella sua nausea, nel sudore gelato del suo labbro.

Credo nei suoi appunti bruciati,
ridotti in cenere,
bruciati fino all’ultimo.

Credo nelle cifre sparpagliate,
sparpagliate senza rimpianto.

Credo nella fretta dell’uomo,
nella precisione dei suoi gesti,
nel suo libero arbitrio.

Credo nelle lavagne fracassate,
nei liquidi versati,
nei raggi spenti.

Affermo che ciò riuscirà,
che non sarà troppo tardi,
e che avverrà in assenza di testimoni.

Nessuno lo saprà, ne sono certa,
né la moglie, né la parete,
neppure l’uccello, potrebbe cantare.

Credo nella mano che non si presta,
credo nella carriera spezzata,
credo nel lavoro di molti anni sprecato.
Credo nel segreto portato nella tomba.

Queste parole mi veleggiano sopra le regole.
Non cercano appoggio in nessun esempio.

La mia fede è forte, cieca e senza fondamento.
(W. Szymborska, Scoperta, in La gioia di scrivere)

sabato 15 aprile 2017

Goffredo Parise - INCONTRI

 - Sa che ero molto curiosa di conoscerla?
L'uomo la guardò in silenzio per molto tempo, le guardò la fronte, gli occhi, la bocca, le guance, poi disse:
- Io ancora di più: la sto guardando da un mese.
La donna arrossì e non parlò. Finalmente disse:
- E perché?
- Perché è come la vita - rispose l'uomo.
(G. Parise, "Donna", in "Sillabari")




D. F.Wallace - DESIDERI / B.Brecht - PIACERI

DESIDERI

Io, se proprio lo vuoi sapere, 
penso che siano i vecchi ideali e sogni.
La libertà dalla tirannia, dal troppo volere, dalla paura,
dalla censura sulla libertà di parola e di pensiero.
Quelli antichi, provati dal tempo.
Un lavoro che abbia un qualche significato,
e un po' di tempo libero
Le solite cose, anche scontate.
Vogliamo poter scegliere.
Vogliamo essere amati da qualcuno.
Vogliamo amare liberamente la persona di cui ci innamoriamo.
Vogliamo che gli altri abbiano fiducia in  noi.
Vogliamo essere stimati.
Non sentirci disprezzati senza ragione.
Vogliamo avere buoni rapporti con i nostri vicini.
Vogliamo essere orgogliosi del nostro lavoro,
della nostra famiglia, della nostra casa.
Le piccole cose.
Accesso ai mezzi di trasporto.
Una buona digestione.
Degli attrezzi che facciano risparmiare tempo e fatica.
Una rimozione e uno smaltimento dei rifiuti affidabili.
I tramonti sul Pacifico.
Scarpe che non fermino la circolazione.
Il gelato allo yogurt.
Un grosso bicchiere di limonata
su un dondolo che non scricchiola.
(David Foster Wallace, "Infinite Jest")














PIACERI
Il primo sguardo dalla finestra al mattino 
il vecchio libro ritrovato 
volti entusiasti 
neve, il mutare delle stagioni 
il giornale 
il cane 
la dialettica 
fare la doccia, nuotare 
musica antica 
scarpe comode
capire 
musica moderna
scrivere, piantare 
viaggiare 
cantare 
essere gentili.
(Bertolt Brecht, "Poesie 1941-1947", in "Poesie", Einaudi, 2014)


venerdì 14 aprile 2017

Bertolt Brecht - IL GIUDICE DEMOCRATICO

A Los Angeles davanti al giudice che esamina coloro che vogliono diventare cittadini degli Stati Uniti venne anche un oste italiano.
Si era preparato seriamente ma a disagio per la sua ignoranza della nuova lingua durante l’esame alla domanda: che cosa dice l’ottavo emendamento? rispose esitando: 1492.
Poiché la legge prescrive al richiedente la conoscenza della         lingua nazionale, fu respinto.
Ritornato dopo tre mesi trascorsi in ulteriori studi ma ancora a disagio per l’ignoranza della nuova lingua, gli posero la domanda: chi fu il generale che vinse la guerra civile?
La sua risposta fu: 1492. (Con voce alta e cordiale).
Mandato via di nuovo e ritornato una terza volta, alla terza domanda: quanti anni dura in carica il presidente? rispose di nuovo: 1492.
Orbene il giudice, che aveva simpatia per l’uomo, capì che non poteva imparare la nuova lingua, si informò sul modo come viveva e venne a sapere: con un duro lavoro.
E allora alla quarta seduta il giudice gli pose la domanda: quando fu scoperta l’America? e in base alla risposta esatta, 1492, l’uomo ottenne la cittadinanza.
(B. Brecht, Poesie, 1941-1947)




Raymond Carver - LE COSE CAMBIANO

Le cose cambiano, dice lui. Non so come. Ma le cose cambiano, e senza che uno se ne accorga o lo voglia.
Sì, questo è vero, solo che ... ma non finisce la frase.
Allora lascia cadere l'argomento. Nel riflesso della finestra lui la vede che si studia le unghie. Poi alza la testa e con aria allegra gli chiede se, insomma, la vuole portare o no a vedere qualcosa della città?
Mettiti gli stivali e andiamo, dice lui.
Però non si muove dalla finestra, ricordando quella vita passata. Avevano riso. Appoggiati l'uno all'altra avevano riso fino alle lacrime, mentre tutto il resto - il freddo e dove lui era andato in quel freddo - restava di fuori, almeno per un po'.
(Raymond Carver, "Da dove sto chiamando")



R. Magritte, La condition humaine

Agota Kristof - VERBO AMARE

Il verbo amare non è un verbo sicuro,
manca di precisione e di obiettività.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe;
è meglio evitare il loro impiego
e attenersi alla descrizione degli oggetti,
degli esseri umani e di se stessi,
vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.
(Agota Kristof, "Trilogia della città di K.")



Frank Mc Court - INSEGNARE

PRIMA DI COMINCIARE....


Il docente di didattica della New York University ci mise in guardia sul nostro futuro di insegnanti e disse che la prima impressione è cruciale. (...).
La classe vi valuterà e deciderà cosa fare di voi. Credete di avere in mano le redini della situazione? Pensateci bene. Quei ragazzi sono come dei missili a ricerca termica; quando cominciano a darvi la caccia seguono un istinto primordiale. Lo sapevate, no?, che è compito dei giovani sbarazzarsi di chi è più anziano di loro per fare spazio sul pianeta. (...).
Non mi ero mai reso conto che l'insegnamento potesse essere una cosa così complicata. 
È impensabile insegnare, disse, se uno non sa dove collocarsi fisicamente. L'aula può diventare tanto un campo di battaglia quanto un campo da gioco. Ed è indispensabile sapere chi siete. (...)
Trovavo fantastico che uno potesse salire su quella piccola pedana col podio e la cattedra e che parlasse per un'ora mentre la gente prendeva appunti. (...).
Ero molo colpito. Non avevo mai pensato che entrare in un'aula implicasse tutte quelle cose. Pensavo che per insegnare bisognasse semplicemente dire agli alunni quello che si sapeva, poi li si esaminava e gli si dava un voto. Adesso scoprivo che la vita di un insegnante poteva essere piuttosto complicata e guardavo ammirato quel docente che sapeva tutto della materia.(...).



... AL TERMINE DELLA CARRIERA


Una giovane supplente venne a sedersi accanto a me alla mensa dei professori. A settembre avrebbe avuto una cattedra sua, potevo darle qualche consiglio?
Scopri cos'è che ti piace e fallo; alla fin fine il succo è questo. Ammetto che insegnare non mi è sempre piaciuto. Mi sentivo inadeguato. In aula sei da solo, sei una persona sola che ogni giorno deve affrontare cinque classi, cinque classi di teenager. Un'unità di energia contro centosettantacinque bombe a orologeria. Devi vendere cara la pelle. Magari gli sei simpatico, magari ti vogliono addirittura bene, ma loro sono giovani e il mestiere dei giovani è cacciare via i vecchi dal pianeta. (...) Se resisti, però, impari i trucchi. È difficile, ma in classe devi creare le condizioni per sentirti a tuo agio. Devi essere egoista. (...).
La classe è un teatro di intense vicende. E tu non saprai mai cos'hai fatto alle centinaia di ragazzi o per le centinaia di ragazzi che vanno e vengono. Li vedi uscire dall'aula trasognati, abbattuti, strafottenti, entusiasti, sorridenti, perplessi. Dopo qualche anno ti crescono le antenne. Capisci quando hai fatto breccia o te li sei alienati. È alchimia. È psicologia. È istinto animale. (...).
La partita è fra te e i ragazzi.
Oh, ecco la campanella. Ci vediamo dopo.
Scopri cos'è che ti piace e fallo.
(Frank Mc Court, "Ehi, prof!")