La primavera

La primavera
... sdegno il verso che suona e non crea (Foscolo, "Le Grazie")

sabato 30 gennaio 2016

Potere del riso


Chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo.

Leopardi, Pensieri, LXXVIII


Franz Hals, Ragazzo che ride, 1652

Seneca - Suggerimenti per la felicità

Non enim beatum est nisi quod intrepidum;
inter suspecta male vivitur.
Et quae praeterierunt et quae futura sunt absunt:
neutra sentimus.
Non est autem nisi ex eo quod sentias dolor.

Seneca, Epistole a Lucilio, VIII, 74

Felice è solo chi non ha paura; si vive male tra i sospetti.
Sia quanto è successo in passato, sia quanto dovrà succedere in futuro è lontano da noi:
noi non sentiamo né l'uno né l'altro.
Il dolore può venirci solo da quello che sentiamo.



Oscar Kokoschka, La sposa del vento




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Seneca - Essere padroni di sé


Qui se habet nihil perdidit.
Seneca, Epistole a Lucilio, V, 42




La virtù del silenzio



Una noia mortale emana da quelli che hanno ragione e lo sanno.

Chi è veramente intelligente nasconde di aver ragione.

E. Canetti, La provincia dell'uomo



Paris Nogari, Allegoria del silenzio. 1582,

venerdì 21 agosto 2015

J. Fante - L'Arte? La vita.


http://youtu.be/JO7G1v-6Gg4

Hai davanti a te dieci anni per scrivere un libro,
vacci piano, allora,
guardati attorno e impara qualcosa,
gira per le strade.
Il tuo guaio è che non sai niente della vita.

J. Fante, Chiedi alla polvere


Jan Vermeer, La lattaia


La lattaia ha braccia sode e corpo robusto. Non somiglia alle bambole di porcellana degli altri suoi dipinti, e neanche alle loro affettate cameriere. Indossa abiti da poco, il corpetto di camoscio giallo limone cucito grossolanamente, il tessuto logoro delle maniche rimboccate, la stoffa ruvida del grembiule blu, la cuffia sgualcita. Vermeer non ha mai più dipinto una donna di bassa estrazione sociale come lei. Solo donne e ragazze della borghesia (gli uomini gli divennero presto superflui) in occupazioni frivole – bere, suonare, provarsi gioielli. Forse usò come modella Tanneke Everpoel, la domestica della moglie, per anni al servizio dei Vermeer e a loro legata da non banale devozione: nel 1663, durante una lite, si lanciò sul fratello della signora (pazzo violento che finì i suoi giorni in una casa di correzione per delinquenti) impedendogli di piantarle la punta di ferro del bastone nel grembo. La moglie di Vermeer era incinta.
Ma Vermeer spersonalizza la lattaia, come tutti i suoi modelli, privi di identità e inespressivi come maschere. Malraux paragonò i loro volti enigmatici a quelli dei kouroi della Grecia arcaica. La lattaia deriva da altri quadri, perché Vermeer – idolatrato per la minuzia del dettaglio naturalistico – inventava invece non dalla realtà ma dall’arte. Commercianti, birrai, fornai e mercanti di Delft apprezzavano la pittura di genere: scenette ambientate in bordelli, cucine e salotti, che col pretesto di moralizzare descrivevano i costumi contemporanei. Esisteva una Lattaia di Gerrit Dou, “fine pittore” di Leida. Ma Vermeer andò a cercarsi il modello in una Regina Artemisia dell’italiano Domenico Fiasella: un quadro di storia. Era ancora giovane e non limitato dall’ambizione di essere considerato un gentiluomo: fece qualcosa di inaudito (e irripetibile). Diede alla sua serva la dignità di una regina.
La lattaia è sola, nella cucina spoglia. Nella finestra a sinistra, da cui entra la luce del giorno, uno dei vetri è rotto. Gli arredi sono modesti: sul pavimento uno scaldino, sulla parete d’angolo un cesto di vimini e un secchio di rame. E la cornice scura di uno specchio. Che non riflette nulla: la pittura non è copia della realtà. In basso, il battiscopa è una fila di piastrelle quadrate di ceramica decorate con disegni azzurri: artigianato di qualità, sfornato dalle fabbriche di Delft. Vi si riconoscono dei Cupido. Forse alludono all’amore. Cosa pensa la serva mentre, le palpebre basse, assorta, lavora? Sul tavolo, una caraffa, una cesta, forme di pane e la ciotola di terracotta in cui lei facolare un filo di latte. Il pittore la inquadra dal basso. Forse perché dipingeva seduto, e quello era il suo punto di vista. Forse perché così la figura acquistava monumentalità. Vermeer, noto nel ’600 per l’abilità nella prospettiva, costruì attentamente quella di questa tela, in cui si vede ancora il foro dello spillo in corrispondenza del punto di fuga. Sulla mano destra della lattaia. Perché è il suo gesto che deve catturare lo sguardo. La luce batte sulla cuffia, sulla fronte della ragazza, e sul muro dietro di lei. L’effetto del chiaroscuro ritaglia la figura (evidenziata sulla spalla e sul lato sinistro dalla linea di contorno bianca), che sembra sospinta in avanti, verso lo spettatore. Ma il tavolo ingombro di masserizie lo tiene a distanza – di qua dalla soglia. Gocce di colore picchiettate con la punta tonda del pennello (è la tecnica del “puntinato”) riflettono la luce: il manico della cesta e la crosta del pane barbagliano. Il fiotto del latte e la ragazza acquistano una forza epica. Il tempo si ferma, un attimo insignificante si dilata all’infinito e racchiude il segreto della vita.

testo tratto da M.Mazzucco in "la Repubblica", 13.10.2013
























Solitudine

Una solitudine troppo prolungata (...)
ti rende diffidente e ombroso
quando ti trovi faccia a faccia con i tuoi simili
e rischi di commettere nei loro confronti un errore di valutazione.
No, non sono poi così malvagi.

P. Modiano, Perché tu non ti perda nel quartiere.


E. Munch, Melancholie

Storie di ordinaria infelicità


La maggior parte degli esseri umani
vive un'esistenza di tranquilla disperazione

H. D. Thoreau, Walden; or Life in the Woods



R. Magritte, Gli amanti